La lettera

Sceglie automobile vita notturna strada

Se ne stava stravaccato sul divano. Erano le cinque meno un quarto; le tapparelle dell’appartamento erano abbassate, ma non del tutto, in modo tale che i fori non fossero bloccati, lasciando passare la minima luce che faceva assumere un colorito grigiastro, nel migliore dei casi seppia, a tutti gli spazi della casa.

Stanco, terribilmente stanco.

Era appena tornato da una di quelle situazioni che odiava particolarmente. Odiava, per esempio, i matrimoni, le comunioni e le lauree. Ma li odiava soltanto all’inizio, quando il ghiaccio non era ancora rotto da abbondante alcol che scorre tra i tavoli, e tutti diventano simpatici.

Ovviamente, un funerale è diverso. Anche perchè non è che può scorrere alcol.

Poi, al dispiacere (in grado variabile) per il/la dipartito/a si mischiano i convenevoli che sono d’obbligo in questi casi, rendendo questa situazione davvero insopportabile.

Però questa volta era davvero triste. Questa volta non ci voleva veramente andare a quel funerale, ma doveva per forza esserci. Qualcosa di incredibilmente forte lo attraeva, lo costringeva e gli faceva fare i movimenti – alzarsi dal letto, colazione, doccia, pranzo, vestirsi bene per il funerale, uscire di casa, andare in chiesa – quasi automaticamente. Eppure era il posto dove non sarebbe mai voluto essere nella sua vita.

Era il funerale di Sara, la sua ex ragazza. La morte la aveva presa nei suoi 27 anni. Che già è un ottimo motivo per non voler partecipare ad un funerale di una ragazza.

Era tornata da poco. Pochi giorni che stava di nuovo in Italia. Non era mai stata particolarmente filantropica, ma ad un certo punto della sua vita aveva vissuto la classica crisi che ti porta a chiederti per forza certe cose. Devi per forza “dare un senso” – Gianni la reputava una delle frasi più abusate del mondo, veramente insopportabile – sapere dove vai, capire cosa vuoi. Tutte cazzate inutili, in definitiva, che inspiegabilmente diventano il centro dei tuoi giorni a quell’età.

E così aveva deciso di partire. Si era avvicinata a quell’associazione, Gianni non voleva nemmeno ricordarsene il nome, la odiava. Eppure solo per motivi puramente personali. Forse era la gente migliore del mondo, ma lui li detestava tutti, uno per uno. Avrebbe volentieri piazzato una bomba non solo sotto la sede, ma sotto il culo di ogni membro che ne faceva parte.

Eccetto Sara, ovviamente.

IMG_1946Fatto sta che un mese prima lei era partita. Il Mali. Questo posto di cui lui aveva l’idea, nel senso che questo era un nome che associava ad uno Stato, e metteva vagamente il Mali in Africa. Punto.

La legge che lega la povertà all’Africa, poi, gli dava una ragionevole certezza sul fatto che quello fosse uno Stato povero. Però non ne era troppo sicuro. Ad ogni modo, che motivo aveva di saperne di più su una zona talmente remota rispetto a lui, talmente fuori della sua portata?

Nessuna, eccetto il fatto che gli stava per portare via la ragazza.

In realtà non è che era colpa del Mali, eh. Anzi, il Mali era una spia. Era anche una specie di via di fuga, di vicolo di uscita di emergenza.

Stavano ormai litigando da settimane, quelle liti che nelle coppie sono la somma di tutti i sassolini nella scarpa che non escono più dalla stessa scarpa, che si conficcano nella suola, che poi si sommano, fino a quando non cla asfaltano completamente, la suola.

Inizialmente alternavano momenti di felicità di coppia -coccole, nomignoli, sesso vari – a momenti di scazzo, però brevi. Poi momenti di routine a piccole liti, che si protraevano oltre gli usuali 10-15 minuti per finire con la pace. Le liti si verificavano ad intervalli un po’ più frequenti via via che passava il tempo. Certe volte non vinceva nessuno, erano veri e propri pareggi. Per evitare di continuare a stare litigati, a volte quello che si era stancato di più cedeva, facendo credere all’altro di averla vinta. E così un sassolino scivolava nella scarpa. Poi, però, i motivi di lite aumentarono. Rapidamente. E diventarono composti. Motivi di lite che covavano sotto la cenere riemergevano come fenici e andavano a rinforzare le ragioni recenti. Fino a quando anche nei momenti di pace si respirava la tensione, e la respiravano tutti quelli che stavano con loro. Quello che sembrava sarcasmo erano lame gettate a mezz’aria che ferivano principalmente loro, ma graffiavano anche gli amici con i quali uscivano la sera.

I momenti di felicità di coppia pura, ormai, erano rari. Anche loro a volte cercavano di non vedersi, tirando un sospiro di sollievo quando l’altro non poteva uscire. Però nascondendolo doverosamente a se stessi.

Fino a quando un giorno, 3 settimane prima che lei partisse, tutto si ruppe. Era uno di quei giorni di ordinario cammino sul fil di lama. La situazione era critica da talmente tanto tempo da essere diventata stabile, e quindi da sembrare di poter protrarsi in eterno. Ovviamente non era così, e si ruppe tutto quella mattina.

Iniziata bene, sorrisi, un giro insieme, scoppiata per caso, in macchina. Tutti e due si incazzarono talmente tanto che non si resero conto di stare chiudendo la relazione. Se ne accorsero solo ore dopo che si erano lasciati con numerose bestemmie.

Quindi i contatti tra loro si fecero più rari. Decisero di prendersi “una pausa” – Gianni aveva sempre associato questa coppia di parole alla espressione “crasse risate”, ma in quel momento pensava fosse la cosa migliore da fare – e di “cercare di capire cosa volessero davvero (ancora cazzate inutili che imperversano dappertutto) dalla loro relazione”.

Quindi, alcuni giorni prima di partire, Sara sentì doveroso telefonare al suo ex, informandolo. Pochi convenevoli, a temperatura glaciale, lei che gli raccontava dei farmaci che aveva già iniziato a prendere per partire – antimalarici, se non ricordava male – qualche “mi raccomando” di Gianni, tentativi monchi di riavvicinamento al telefono. Poi Gianni prende coraggio e le chiede di vedersi prima che lei parta. Lei acconsente. In quell’incontro amaro, decidono. Ne riparleranno al ritorno di lei dall’Africa.

Una tragedia che lui ancora non si spiegava. Funerale ovviamente bruttissimo. Lacrime miste a lacrime degli altri. Trovare gli amici di lei. I genitori. Ripensare a tutto quello che era stato.

Se avesse potuto liberarsi di un giorno della sua vita, senza dubbio avrebbe buttato via quello. Così pensava, e non riusciva ad avvicinarsi al telecomando per accendere la TV e lavarsi il cervello con un flusso a getto continuo di niente sparato tra i lobi.

Decise che doveva alzarsi. Prese quindi il telecomando, ma lo abbandonò subito sul letto. Era un automa; per proteggersi dai pensieri che gli esplodevano in testa semplicemente non pensava. Le immagini gli entravano negli occhi e se ne andavano dopo poco. Esisteva solo quel costante secondo di presente. Maisia ad allargare il tempo ad un concetto di futuro, men che meno di passato. Per prolungare il tempo di assenza di pensiero, si ricordò che aveva della posta da ritirare, quindi doveva scendere.

Non lo aveva fatto quando era tornato, anche perchè non aveva le chiavi per aprire la cassetta.

Quindi si mise in cerca delle chiavi. Però non ce la fece ad evitare di nuovo il pensiero di lei.

Era tornata. Lui si ricordava della data del suo ritorno. Non aveva voluto chiamarla subito però. Voleva lasciarle il tempo per “compensare”, come fanno i sub.

Quindi aveva avuto la notizia.

Alessia lo aveva informato in lacrime, al telefono, di quella cosa impensabile, incredibile, da cinema.

Sara si trovava sull’edificio della fondazione, in pieno centro. Sull’attico. Alessia non sapeva come, non sapeva perchè, non sapeva nulla. Ma Sara era caduta.

Tutto spezzato. Tutto finito.

Non si era reso conto di essre arrivato alla casella della posta e di averla già aperta, quando si risvegliò dal torpore. Reggeva già le lettere in mano. Chiuse la cassetta.

Tornò nell’appartamento, chiudendo la porta con un filo di energia rimastagli. Cercò di prolungare il momento di non-pensiero guardando la posta.

Enel.

Condominio.

Rivista che non aveva mai voluto ma che era gratis e che non aveva ancora disdetto.

Lettera di Sara.

Cadde a terra.

Si fece parecchio male al culo, di sicuro avrebbe avuto degli ematomi più tardi, ma fortunatemente non aveva battuto la testa.

Gli occhi ormai erano aperti. Il resto della posta era sparpagliato per terra, ma QUELLA lettera era attaccata col mastice alle sue mani. Strappò forte la busta, aveva temuto di strappare anche il foglio, ma per fortuna non lo fece.

Istintivamente iniziò a piangere. Si asciugò gli occhi per evitare di endere illeggibile lo scritto. A penna. Blu, come preferiva sempre lei. Con quella grafia ondulata e curva adorabile. Altre lacrime, tolte con la mano dagli occchi.

Africa, quanta era bella quell’esperienza. Le persone, i posti. La disperazione, la povertà.

Insomma, quello che ci si aspetta da una lettera di un’aiutante in Africa.

Poi.

La parte in cui lei scriveva “sento la tua mancanza fortissima, ed è per questo che credo che questa esperienza mi stia servendo, perchè mi fa capire quanto vali per me”

Singhiozzi ormai da Gianni.

Alla fine, Sara per fargli capire quanto lui le manchi gli racconta un sogno.

“Questi antimalarici sono veramente una merda. Mi stanno facendo fare degli incubi pazzeschi. Questo, per esempio, ti riguarda :p

Prendo l’ascensore, di sera, e schiaccio il pulsante per scendere al primo piano. Ad un certo punto, l’ascensore si rompe, ed io inizio a cadere. Ovviamente panico totale! Sento che sto per schiantarmi, ma ad un certo punto penso a te. L’ultima cosa prima di morire sei tu. Non è pazzesco? Certamente qualcosa vorrà dire!!! Non vedo l’ora di tornare in Italia per aggiustare un po’ di cose.”

Tutto il mondo attorno a lui perse di significato.

Il pomeriggio si congelò, e il tempo simse di passare. Uscì di casa, per cercare di evitare quel fantasma. Arrivato nel parco si sedette in lacrime su una panchina.

Un fotografo passava nelle vicinanze.

Questo racconto è stato tratto da una delle tante meravigliose storie apparse sul blog di Humans of New York. Ve lo consiglio vivamente.

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Troppo tardi

La porta fu colpita da qualcosa. Un suono secco e forte: lui sobbalzò.
Eppure sapeva benissimo quello che stava succedendo, quasi si sorprese di essere sorpreso.
Erano venuti a prenderlo.
Sedeva alla sua scrivania, quella nuova. Aveva appena finito di fare le valigie, al secondo piano di casa sua, un villino proprio all’uscita di Bari.
Pochi minuti prima, si era fermato a ricordare le sue imprese. Gli serviva per non affondare completamente nel mare di disperazione che lo guardava, nero e immenso, dal basso verso il quale il mondo lo stava proiettando a velocità enorme.
Soltanto qualche giorno fa, questa situazione era impensabile. Lui stesso, un pessimista di natura, non avrebbe mai immaginato che sarebbe andata a finire in quel modo. E invece.

Fonte:dal web


Sentiva le voci avvicinarsi. Il rumore si ripeté, e anche i muri tremavano. Sentiva le vibrazioni della stanza, che sembrava rimpicciolirsi per sputarlo fuori, fin sotto i suoi piedi. Era letteralmente paralizzato. In fondo lui era un bambinone, ora si stava letteralmente pisciando addosso.
Lo sguardo fisso su quella porta. I muscoli della faccia contratti in un’espressione di pieno terrore.
Per salvarsi, per strappare qualche secondo alla vita che stava fuggendo, non riuscendo a fare altro, ritornò ai ricordi recenti. In realtà era talmente impaurito che, chiedendosi cosa poteva fare, l’unica cosa che gli riuscì fu proprio pensare alle cose belle. Come fanno i bambini.
Tre giorni prima si trovava nella sala ricevimenti dello Sheraton. Era sul palco, e davanti a lui c’erano almeno cinquanta persone che lo applaudivano e che gli sorridevano benevoli. Lo avevano celebrato perché aveva donato una grossa somma (un’inezia per lui) per ricostruire l’asilo distrutto dal violento incendio del mese scorso. Era un benefattore!
E invece era già tutto pronto, la trappola stava per scattare. Quella maledettissima telefonata! Lo stavano seguendo da parecchi giorni, e ormai avevano tutto pronto per incastrarlo. Come sempre in queste situazioni, si era sentito troppo sicuro.
Lo stavano intercettando da un anno, glielo aveva detto (troppo tardi) il suo “amico”, era riuscito a scoprirlo solo in quel momento. Stava preparando tutto per andarsene, forse gli sarebbe riuscita la grande fuga.
E invece no. Erano arrivati a prenderlo. Si alzò di scatto, cerco la finestra, forse avrebbe trovato il coraggio di provare a saltare giù e sarebbe riuscito a fuggire. Quel pomeriggio era solo, la sua famiglia era partita il giorno precedente, almeno era riuscito a far fuggire loro, lui li avrebbe raggiunti il mattino seguente.
“Apri questa cazzo di porta!” gli urlarono un’ultima volta. Poi la sfondarono. Era accanto alla finestra, era scosso da un tremore fortissimo, piangeva.
“Vi prego, lasciatemi, pagherò, PAGHERO’!”
Non gli risposero, ma lui riuscì a sentire proprio in quel momento le sirene dei Carabinieri.
Lo trovarono riverso nel suo sangue, un colpo secco alla testa.
Poco dopo, su internet si era già diffusa la notizia che era stato ucciso, lo avevano preso prima le persone che aveva compromesso.

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Canto guardando il mare

Questa foto deriva da un fotogramma di un’intervista che è visibile in questa pagina (cliccate sul link per leggerla).
E’ stata registrata da due giovani giornalisti poco più che ventenni che sono andati a parlare con gli “zingari”, a poca distanza dalla città che si vive, sul lungomare di Bari. Vivono quasi come fantasmi.
In questa posa, la donna esprime tutta la sua condizione. Nella foto non si può vedere, ma sta guardando il mare, in un punto all’infinito. Nonostante le sue condizioni, però, come si può ben vedere dal video, canta e abbozza anche un sorriso.

Vi consiglio vivamente di leggere e vedere l’intervista.

Per vedere la foto a dimensione intera, cliccateci sopra.

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Patriota

Quest’uomo ha umiliato e violentato una popolazione.
Ha deliberatamente tolto elettricità e acqua alla città di Sarajevo.
I cecchini da lui comandati hanno sparato sui passanti, indifesi.
Dava caramelle ai ragazzini davanti alle telecamere prima di violentare e uccidere le loro madri, lontano dagli obiettivi.
Si è reso responsabile della morte di più di ottomila ( 8000 ) persone, ma potrebbero anche essere più.
Ha separato ragazzi, uomini e anziani dalle donne, per poi sbarazzarsi di loro come stracci e nascondendoli nelle fosse comuni.

Il 26 Maggio 2011, dopo una latitanza vissuta da animale in fuga, è stato catturato.


Questo è un europarlamentare italiano. Ha definito Mladic un patriota. Lo andrà a trovare.
Con queste parole ha sputato sopra tutte le vittime e i loro famigliari.
La prossima volta che ci sarà da votare, sarebbe bene ricordarsene.

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Caos – Parte II

Gianni e Francesco iniziarono a correre per allontanarsi al più presto, l’unica via che gli sembrava normale era arrivare all’università e unirsi alle persone che aspettavano là per il comizio finale. Da lì poi avrebbero trovato un passaggio per tornare a Triggiano.
Così fecero; in realtà fu Francesco da solo a pensare questo, e Gianni lo seguiva e lo sentiva urlare:”Andiamo all’ateneo VELOCE!!!” Leggi tutto il racconto

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Caos – Parte I

Fonte: dal web

Un’enorme colonna di fumo nero denso si alzava molto in alto, coprendo una buona fetta del cielo visibile in mezzo ai palazzi all’incrocio tra via Nicolai e via Roberto da Bari. Deflagrazioni scandivano irregolarmente il tempo, erano le dodici meno dieci del mattino, ma l’aria si era fatta scura per il fumo e dava quasi l’impressione di essere al tramonto. Gianni era per terra, vicino al murale che ritraeva una specie di Gesù Cristo con l’ittero, chinato accanto a Francesco.

La polizia non arrivava ancora (per fortuna), e delle ambulanze si sentiva la sirena costante, che a tratti aumentava l’intensità del suo suono, altre volte la diminuiva, ma la si poteva sentire sempre nell’aria.

Gianni richiamò il 118. Leggi tutto il racconto

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Uno su quattro

Era seduta sulla sedia più bella del mondo.

Ci credeva veramente, il bisbiglio della gente la mandava in estasi, e l’uomo che aveva davanti non era bello, ma era il portavoce del suo sogno.

Dialogava amabilmente con l’uomo davanti a lei, scherzava. In realtà rispondeva a brevi domande, e lo stato emotivo in cui si trovava faceva il resto. Lei non era mai stata così simpatica. Per entrare in confidenza con un uomo a tal punto ci metteva settimane.

Non si fidava molto degli altri, ma ancora di più non si fidava di se stessa. Leggi tutto il racconto

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Ritorno

Fonte: fotomontaggio di originale dal web

Camminava alla periferia di Bari, vicino al politecnico. In mano due buste della spesa. Dentro, una sottomarca di cola, una sottomarca di pasta, una sottomarca di biscotti spolverati allo zucchero a velo (ogni tanto uno sfizio ci vuole). Altre sottomarche.

Si fermò vicino ad un manifesto. Lesse il nome dell’ospite alla grande discoteca del sud barese. Si ricordò di lui alle origini, quando, nuovo ingresso nella scuderia, si presentò timido nella sua megavilla con due piscine a forma di stella (motivo ricorrente nella sua vita) e fiore (dovuto al suo grande romanticismo).

Glielo presentarono, lui lo guardò, e dopo le solite domande di circostanza, andò subito al cuore della questione. Leggi tutto il racconto

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Prima pagina

Tornò a casa oltre l’una. Sua moglie dormiva già, la riunione di redazione era finita da non più di mezz’ora e lui era letteralmente fuggito a casa. Sbuffava qua e la. Si tolse la giacca, gettò su una sedia la camicia e fece volare le scarpe. Si inabissò sul divano dell’ampio e lussuoso salone. Fuori, le voci di una città mezza sveglia ma con voglia di dormire. Era evidentemente stanco. Tutti i gesti sembravano dirlo. Era come se, ogni volta che muovesse una qualunque parte della sua figura lunga e asciutta, alla fine dicesse: “E sono pure stanco”.

Tipo, prende il telecomando, ed è pure stanco, si accorge che la tv è spenta, ed è pure stanco, realizza che deve alzarsi per accenderla, non parliamone neanche.

In breve, il solo vederlo dava fastidio. Si era accorto, da qualche giorno, che era parecchia la gente che provava fastidio nel vederlo, e quasi una sofferenza acuta e nascosta nel dovergli parlare. Era stato questo che lo aveva fatto scattare. Leggi tutto il racconto

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Una tipica serata

Andavano a sessanta. La vespa non ce la faceva a fare di più, ingrippata come non mai.

La serata non era granchè, c’era vento benché si fosse a giugno, e a dire il vero faceva anche abbastanza freddo, specialmente poi su di una vespa modello né vecchio né nuovo (che in realtà di vecchio aveva abbastanza) e specialmente se vai a sessanta e senza l’ombra di casco. In realtà non sapevano bene cos’altro potessero fare, erano decisi a trovare qualcosa di veloce, era pur sabato sera e avevano anche loro diritto di avere qualcosa. Ne erano pienamente convinti. Su questo nessun dubbio.

Lo conoscevano, lui. Un uomo di non più di sessant’anni (coincidenze numeriche), abbastanza grasso e coi capelli reduci assembrati alla meglio alla spazzola, di un colore tra il grigio marmitta e il bianco polvere. Si, o qualcosa di simile.

Non che lo invidiassero parecchio. A dire il vero, doveva avere una vita non molto più gratificante della loro. Un benzinaio. Salve, mi fa dieci, diesel, la carta?quanti punti? arrivederci. E poi qualche discussione qua e là. Non proprio ciò che si è pronti ad invidiare. Comunque, a loro non fregava poi niente. Leggi tutto il racconto

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