Una tipica serata

Andavano a sessanta. La vespa non ce la faceva a fare di più, ingrippata come non mai.

La serata non era granchè, c’era vento benché si fosse a giugno, e a dire il vero faceva anche abbastanza freddo, specialmente poi su di una vespa modello né vecchio né nuovo (che in realtà di vecchio aveva abbastanza) e specialmente se vai a sessanta e senza l’ombra di casco. In realtà non sapevano bene cos’altro potessero fare, erano decisi a trovare qualcosa di veloce, era pur sabato sera e avevano anche loro diritto di avere qualcosa. Ne erano pienamente convinti. Su questo nessun dubbio.

Lo conoscevano, lui. Un uomo di non più di sessant’anni (coincidenze numeriche), abbastanza grasso e coi capelli reduci assembrati alla meglio alla spazzola, di un colore tra il grigio marmitta e il bianco polvere. Si, o qualcosa di simile.

Non che lo invidiassero parecchio. A dire il vero, doveva avere una vita non molto più gratificante della loro. Un benzinaio. Salve, mi fa dieci, diesel, la carta?quanti punti? arrivederci. E poi qualche discussione qua e là. Non proprio ciò che si è pronti ad invidiare. Comunque, a loro non fregava poi niente.

Si stavano avvicinando a quel benzinaio. Quello alto, che stava dietro, stava giusto dicendo di rallentare all’altro, perché l’ultima macchina non aveva ancora pagato, e preferiva non fare molto casino. L’altro lasciò l’acceleratore senza dire niente. Dal vetro del tachimetro graffiato, la barra del tachimetro che tremava come se fosse epilettica (difetto di fabbrica) iniziava, tutto sommato, a tornare verso sinistra, più o meno si poteva dire che stava a trentacinque, ma non con certezza, dato il Parkinson che la scuoteva. L’altro non diceva una parola. Quello alto si accorse che forse era un po’ teso. Non parlò neanche lui, però.

La punto se ne andò. Erano le dieci e mezzo, o le undici meno un quarto, questo l’altro non se lo ricorda. Ricorda solo che si avvicinò alla pompa e il grasso venne verso di loro un po’ teso. Forse sapeva cosa volevano. Forse pensava che non doveva essere benzina.

Quello alto scattò, estrasse un coltello, che poi non faceva neanche eccessivamente paura se sai cosa sta succedendo. L’altro aveva capito che stava succedendo, ma anche se se lo erano ripetuto più di una volta, ora tutto gli sfuggiva. Tutto troppo in fretta. E si ritrovava costretto a stare là. Il grasso ci rimase un attimo, sbiancò, poi precedette il tipo alto nel gabbiotto. Non aveva neanche gridato troppo, il tipo alto. Si vedeva che non era la prima volta, al contrario dell’altro. Ora si rendeva conto che era un po’ diverso dalle rissette in discoteca, dove la ricompensa è qualche fica strappata a dei cacasotto oppure semplicemente il piacere di averli fatti pisciare addosso dalla paura. In questo caso era lui quello che si pisciava sotto.

Dice che non capì molto. Senti solo due rumori forti. Quello alto usciva correndo, per quanto si potesse dire correndo di uno che zoppica vistosamente, e fece un salto che gli costò parecchia energia, gridandogli di partire a razzo. Solo mentre ricadeva sulla sella notò i pantaloni della tuta completamente neri (o rossi?) vicino al fianco destro e il grosso incazzato come una iena che usciva dal gabbiotto agitando qualcosa in mano.

Continuava a non capire, ma diversamente da prima. Adesso veramente non sapeva dove stava andando, dove si trovava e che cazzo fare con un tipo sanguinante dietro di se. Alla fine aveva solo 23 anni, uno in meno di quello alto. Mentre pensava, notò che era uscito dal paese. Un attimo. Si ricordò di aver sentito anche un terzo colpo, ma parecchio prima. La cava. Il tipo alto era aggrappato con le ultime forze.

La vespa era ferma. Lui era sceso. Il tipo alto, invece, ormai incosciente. Si ritrovò da solo sulla vespa, molto più leggera, si ricorda solo che si era voltato e lo aveva visto steso a terra. E poi non c’era più. Solo lui sulla vespa. E poi casa. E poi niente.

I carabinieri che lo interrogarono all’ospedale seppero poco. Il giusto. Una tipica serata da ragazzi.

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Informazioni su artotrogo

Ho 24 anni, pugliese. Sono al momento impegnato in una sfida, durerà altri cinque anni (almeno).Scrivo alcuni racconti brevi, mi interessa tutta la letteratura. Potete trovarli su campodellerondini.worpress.com
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4 risposte a Una tipica serata

  1. Marco ha detto:

    Noto che nelle prime 2 righe il verbo “fare” ricorre 3 volte. Gli avverbi secondo me sono pericolosi: meno si usano, meglio è.
    “gridandogli di partire a razzo”: dubito che qualcuno si metta a gridare: “Parti a razzo”. Ma: “Metti in moto”, oppure: “Parti!”, o qualcosa del genere. Credo che quella frase tradisca la presenza dell’autore, tu insomma, hai fatto capolino. I personaggi di questa storia parlerebbero così? In un momento di paura, in cui c’è da scappare, griderebbero “Parti a razzo”?
    L’efficacia si raggiunge anche usando un linguaggio adatto. Non è facile, ma se si scrive, presto si scopre che è dura quanto scalare una parete di roccia.

  2. artotrogo ha detto:

    Sono d’accordo. Comunque l’ho scritto come se fosse un discorso, come se tu parlassi con qualcuno. Vero che la forma è importante, ma la mia intenzione era quella di fare parlare il narratore, una specie di colloquio diretto. Come quando chiedi a qualcuno di raccontarti di un particolare fatto successo. Ecco perché il verbo fare non l’ho tolto, perché comunque nel discorso orale non teniamo molto in conto il modo in cui ci esprimiamo. Sul “parti a razzo” forse hai ragione, anche se non intendevo scrivere che il ragazzo dice esattamente al suo amico “Parti a razzo!”, ma volevo far capire il senso, però effettivamente non è chiaro.

  3. Marco ha detto:

    Capisco. Ma se c’è qualcosa di difficile da rendere, è il parlato, la sua semplicità. Spesso si legge un Carver, un King, e si pensa che sia tutto così facile. In realtà, dietro a quelle parole perfettamente calibrate, spesso c’è un lavoro di anni. Non è una buona notizia (e se si pensa che Dumas era pagato a riga, quindi allungava il brodo, eppure è Dumas), però credo occorra fare i conti con la fatica della scrittura.

    • artotrogo ha detto:

      Sono d’accordo, io infatti non ho nessuna pretesa. Sono ben conscio che non è semplice scrivere, questo era il primo racconto che ho scritto. Penso anche di aver fatto progressi da quando ho iniziato, poi ovviamente nessuno è perfetto. Per adesso quello che mi interessa principalmente è che nell’insieme il testo appare “funzionante”, cioè, se non ci si fissa eccessivamente sulla forma (che, nonostante tutte le piccole imperfezioni che giustamente mi hai fatto notare (e ti ringrazio perché mi servirà per crescere nello stile), mi sembra almeno buona), lo scritto colpisce il lettore, fa riflettere, anche solo per dieci secondi. In questa fase non pretendo di scrivere capolavori (e so che non lo faccio), però mi basta sorprendere chi mi legge. Poi lo stile verrà col tempo.

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