Prima pagina

Tornò a casa oltre l’una. Sua moglie dormiva già, la riunione di redazione era finita da non più di mezz’ora e lui era letteralmente fuggito a casa. Sbuffava qua e la. Si tolse la giacca, gettò su una sedia la camicia e fece volare le scarpe. Si inabissò sul divano dell’ampio e lussuoso salone. Fuori, le voci di una città mezza sveglia ma con voglia di dormire. Era evidentemente stanco. Tutti i gesti sembravano dirlo. Era come se, ogni volta che muovesse una qualunque parte della sua figura lunga e asciutta, alla fine dicesse: “E sono pure stanco”.

Tipo, prende il telecomando, ed è pure stanco, si accorge che la tv è spenta, ed è pure stanco, realizza che deve alzarsi per accenderla, non parliamone neanche.

In breve, il solo vederlo dava fastidio. Si era accorto, da qualche giorno, che era parecchia la gente che provava fastidio nel vederlo, e quasi una sofferenza acuta e nascosta nel dovergli parlare. Era stato questo che lo aveva fatto scattare.

Lui sapeva benissimo che molta gente non lo sopportava, ma è il mestiere, chiunque si fa dei nemici, soprattutto col suo mestiere. E’ normale.

Poi, le scelte che aveva fatto nel periodo mediamente recente non avevano aiutato molto; doveva ammettere, però, che oltre ad essere guidato da ragioni di convenienza, quasi ci credeva, in quello che faceva. Quasi quasi, al guardarsi, si sarebbe dato ragione.

Accese la tv (a costo di innumerevoli “e sono pure stanco”).

Iniziò il suo zapping. Secondo canale. Intervista di due giornaliste all’allenatore della nazionale in uno studio circolare con ai margini tende rosse.

Domanda: “Lei crede in Dio?”

Ci pensò anche lui. Prima di rispondere, il suo cervello lo fermò e gli fece una contro-domanda.

“Ma a noi , no, cosa cazzo ce ne può fregare se lui crede in Dio o meno??”

Dopo la ovvia risposta, smise di cercare la risposta alla domanda della giornalista e sentì svogliatamente la replica del mister.

“Eh, bella domanda […] Ma a volte penso che Dio ti aiuti quando tu dai il massimo”

Dopo una riflessione molto veloce sul fatto che, a vederla come il mister, evidentemente, tutti quei poveretti che affogavano cercando di arrivare alle coste di Lampedusa o i bambini che cucivano palloni non davano mica il massimo,

si rese conto di essere troppo moralista. Era qualcosa di pazzesco. Lui. Moralista. La situazione doveva essere veramente grave.

Ed era pure stanco.

Decise di smetterla con lo zapping, durato la bellezza di un canale e una ventina di secondi.

Televideo. Stesso canale, ovvio. “Rissa tra maggioranza e opposizione in Senato”

Lasciò perdere, aveva la schermata del televideo negli occhi ma non ci faceva caso. Sembrava, in quella specie di pseudo-trip causato da quel residuato di coscienza agonizzante rimastogli, che quella schermata fosse un gioco di computer degli anni ottanta, tipo Commodore 64.

A momenti quasi si aspettava di vederci uno strano personaggio uscire dalla sinistra dello schermo e iniziare a camminare dalla lettera R in poi.

Che so, come si chiama il tipo là, il tubista. Eh, lui.

Si ricordò dei fatti recenti: immediatamente pensò a lei. Non l’aveva neanche curata troppo nell’ultimo periodo. Ma sospettava di qualche atto di protagonismo. E lei non mancò l’appuntamento, se ne andò dal suo tg. Chiaro, dopo che se ne parlò per due giorni, il fatto cadde nell’enorme voragine che funge da dimenticatoio dell’opinione pubblica. Quella specie di discarica, in cui giacevano tutte le cazzate dette dal suo Datore di lavoro si stava colmando, ed ogni giorno ci cadeva dentro qualcosa di nuovo.

L’impressionante stato di coma che avvolgeva quella gente era assurdo. Anche lui si chiedeva come cavolo facevano a non capire. Ma più che altro, a non ricordare.

Così fiducioso in questo coma, aveva contraffatto le più evidenti e lampanti verità che si potevano verificare. Sarebbe riuscito a dire che il sole in realtà gira intorno alla terra, solo lo avesse voluto, e i suoi spettatori gli avrebbero anche creduto. Ovvio, dopo qualche protesta tutto sarebbe stato dimenticato in fretta. Gettato nella discarica.

Dal giorno in cui aveva pensato un attimo a quanto stava truffando quella massa, da quel fottuto giorno, non riusciva più a dare il meglio di sé.

A parte quella sera. Si era nuovamente schierato in prima linea, con l’occasione del rinnovamento della grafica del tg. Sentiva di dover darsi da fare, quella crisi di coscienza lo aveva tenuto fermo per fin troppo tempo. E le aveva di nuovo sparate.

Ma mentre le diceva, il suo cervello cedette. Nessuno fu minimamente in grado di percepire questo cambiamento, ma successe. Come se le parole, mentre gli arrivavano, erano scivolate completamente fuori dalla bocca senza che se ne accorgesse e il suo cervello, nel ruolo della sua coscienza (o meglio, il residuato di una guerra morale ampiamente vinta dal me ne frega un cazzo) si fosse messo di fronte a lui, seduto su una sedia e gli avesse detto:” Ma che cazzo stai dicendo, oh?Non ci credi più nemmeno tu! E basta dai, siamo seri. Non puoi davvero andare avanti così”

Lui fu impeccabile, fece finta di nulla, e finì il suo lavoro.

Aveva letto, poco prima di uscire dalla redazione, le reazioni standard dei poveracci dell’opposizione. Questa volta, anche se ciò che dicevano era uguale a quello che avevano già dichiarato tutte le volte precedenti (ciarlatano, manipolatore, demagogo, addirittura pifferaio magico; doveva ammettere che, quanto meno, sapevano dirle anche loro, le cazzate) qualcosa cambiò.

Questa volta fu diverso. Sicuramente per il costante pensiero che, forse, stava sbagliando veramente tutto.

Difendere il Capo oltre il verosimile, oltre la favola e anche la fiaba, forse, era davvero una truffa colossale.

La sua grande stanchezza, si rese conto, se la stava trascinando da quei sei-sette giorni in cui aveva cominciato a pensare a questo.

Quella sera che, rimuginando su ciò che aveva appena finito di dire il Capo a lui, si pentì. Si sentì un inutile. A dispetto del fiume di soldi che gli stava letteralmente affondando la casa.

Era veramente stanco.

Un uomo può seguire l’utile dribblando le domande che la sua morale gli impone, fino ad un certo punto.

Pensando alla classe politica che stava ampiamente appoggiando e difendendo con ogni mezzo, si sorprese. Perché nessuno di loro sentiva ciò che stava provando lui? Perché se ne fregavano delle azioni orrende e vili che stavano compiendo? Come facevano a sorridere e ad ingrassare in pace?

Quella sera l’inutile coscienza gli aveva rovinato la vita. Tutto ciò che aveva fatto da qualche mese a questa parte gli sembrò un crimine. Davvero, qualcosa di abietto.

Più ci pensava, più si chiedeva perché ci stava pensando, perché si interessava a questo, perché non se ne fregava come aveva fatto fino a qualche giorno fa?

E, ovviamente, la crisi di panico in cui stava scivolando, lo inghiottì.

La stanchezza fisica passò del tutto. Il panico lo rese iperattivo.

Cercava una soluzione a quella situazione che aveva creato. Non poteva credere che non ci fosse.

Si sedette all’ampio tavolo in mogano nel suo salone, e cercò di riunire quella poca capacità di ragionare rimasta. Aveva due strade. Provare a ritornare il vecchio ”iena” di prima, e quindi assassinare del tutto la sua coscienza, che in seguito non gli avrebbe dato più problemi, oppure.

Oppure. Oppure cosa? Era incredulo: cosa altro diavolo poteva fare? Fare un altro editoriale il giorno seguente e dire “Scusate, spettatori. Ho sbagliato tutto nella mia vita negli ultimi mesi, e vi ho presi per il culo in una maniera che voi non riuscite neanche ad immaginare. Dirmi venduto sarebbe una barzelletta, pensate che rido pure io quando si minimizza la situazione definendomi venduto. Mi dispiace per quello che ho fatto. Rendetevi conto che ormai non avete più libertà. La legge che sicuramente approveranno senza battere ciglio è il primo passo verso la tirannia. Io sono stato il Suo luogotenente nella tv, ora sono stanco. Ho ampiamente raggiunto e abbondantemente superato il limite del viscido relativo agli esseri umani, la mia coscienza quasi morta mi ha fermato però. Io vado via senza fare altri danni. Arrivederci, e se incontrandomi mi sputerete in un occhio non potrò darvi torto”, poteva farlo?

Non era una grande alternativa.

Lo si poteva vedere gironzolare attorno a quel tavolo. A chi gli fosse stato vicino, sarebbe apparso con alcune grosse gocce di sudore sulla pelle lucida del cranio. Tutti i muscoli facciali molto contratti, in evidente stato di tensione. Per chi lo conosceva, saperlo in quello stato avrebbe scandalizzato. Era impossibile, sapevano benissimo i suoi amici e nemici, che la iena potesse avere anche una coscienza. Pur ammettendo in astratto (ampiamente in astratto) che la avesse, era impensabile che questa potesse auto-esaminarsi; ancora di più che lui potesse ammettere che, in definitiva, era diventato nient’altro che un leccapiedi del Re e che aveva superato tutti i limiti della decenza.

Si vedeva bene che era in corso una specie di lotta, in quella testa. Passeggiava con passetti piccoli e nervosi lungo tutta la stanza.

Era incredibile. Era veramente terrorizzato. La tv era sempre accesa, l’orologio segnava le 2.45. Era passato così tanto tempo! Fu un attimo. Si fermò in piedi come davanti ad un fantasma, e così rimase per una trentina di secondi. Gli occhi, prima fissi verso un indefinito punto del muro, alla fine schizzarono qua e là nella stanza.

Si fermarono nuovamente, questa volta verso un ben definito punto della parete.

Sudava, sudava ancora di più di prima. Era in preda ad una specie di estasi.

Tutto accadde in meno di un minuto. Tv ancora sul secondo canale, audio a zero, la luce nella stanza spenta e i lampioni che gettavano qua e là un po’ di chiarore. Si avvicinò al suo scrittoio nervosamente e cercò di afferrarvi qualcosa dalla superficie. Nell’impeto, urtò addirittura con le nocche sul legno.

Dopo, si avvicinò all’ampia vetrata che dava sul cortile.

Il suo tg del giorno dopo aprì ancora con lui come protagonista, come aveva deciso il giorno prima. Era indubbio che quella era la cosa migliore da fare, doveva dare un gesto, almeno cercare di redimersi.

Non fu, ovviamente l’editoriale che aveva immaginato. In realtà non fu neanche un editoriale.

Il conduttore delle 8.30 aprì l’edizione annunciando il suicidio del direttore della testata, avvenuto nella notte.

Si era gettato dalla finestra, nessuno riusciva a capire il motivo del suo gesto, nessuno era riuscito a sentire le ragioni della sua mente, nessuno aveva compreso quello che sentiva.

Nel servizio, si aggiunse che aveva lasciato una breve riga in nero, con grafia visibilmente scossa.

“NON CE L’HO FATTA”.

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Informazioni su artotrogo

Ho 24 anni, pugliese. Sono al momento impegnato in una sfida, durerà altri cinque anni (almeno).Scrivo alcuni racconti brevi, mi interessa tutta la letteratura. Potete trovarli su campodellerondini.worpress.com
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Una risposta a Prima pagina

  1. Esulterei ha detto:

    Hai una bella prosa. Secondo me pecca di scarsa originalità nel finale. Dovevi trovare una soluzione a sorpresa perché tutti a quel punto si aspetterebbero proprio il suicidio.
    A parte il finale, mi è piaciuto.

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